Origini Fotografia(Tutta la Storia)

E’ fondamentale conoscere la storia dell’ Arte Fotografica poiché ci serve a capirne l’evoluzione e le sperimentazioni che hanno contribuito negli anni, a portare i risultati e le conseguenze che oggi, ne determinano le stesse regole. Il termine fotografia deriva quindi dalla congiunzione di due parole greche: luce (φῶς, phṑs) e grafia (γραφή, graphḕ), per cui fotografia significa scrittura di luce. Le prime immagini che ci giungono attraverso la storia sono quelle di un noto fotografo ricercatore francese Joseph Nicépore Niepc (1765-1833), ci sono stati anche altri tentativi prima, ma Niépc rimane quello più consolidato, egli insieme al fratello, oltre ad ideare un motore a combustione interna, compì importanti esperimenti sulla sensibilità della luce con diverse sostanze. Fu in grado quindi di scattare la prima foto al mondo con una camera oscura e questo fu un primo passo nella storia della fotografia, questa foto fu ottenuta cospargendo una lastra di stagno con bitume di Giudea (asfalto siriano) che esponendola alla luce del sole dalla finestra del suo studio, ebbe la riflessione di un’immagine approssimativa e labile in bianco e nero, riuscì cioè non solo a riprendere un’immagine, ma anche a fissarla su un supporto fisico, e con questo strumento scattò la prima fotografia nella storia dell’umanità: ” Veduta dalla finestra a Le Gras 1826“.


J. N. Niépce “Veduta dalla finestra a Le Gras 1826”. (https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Nic%C3%A9phore_Ni%C3%A9pce)


Ufficialmente la fotografia nasce il 9 luglio del 1839 quando al procedimento fotografico di Louis Jacque Mandè Daguerre (1787- 1851), scenografo e creatore di diorami (progetti di ambientazione in scala ridotta), viene concesso il brevetto dall’Accademia delle Scienze di Parigi. Il suo socio e vero “scienziato”, J.N.Niepce (1765-1833), che già negli anni venti aveva prodotto diverse eliografie (procedimento fotografico per la riproduzione di immagini, che consiste tra l’altro nell’esposizione alla luce, di una carta sensibile su cui si sia posto un negativo), muore purtroppo prima di vedere questo suo riconoscimento. Nasce così il Dagherrotipo (1839-1860), una lastra ricoperta d’argento che, esposta ai vapori dello iodio (ioduro d’argento), messa in camera oscura e posizionata davanti al soggetto da riprendere, dopo una posa molto lunga e con un lavaggio in sale marino e mercurio (per eliminare ogni residuo di ioduro d’argento che potesse continuare a scurirsi), mostra un’immagine speculare dell’oggetto ripreso di una nitidezza e lucentezza impressionante per l’epoca, questa tecnica rivoluziona il mondo del ritratto ora alla portata di tutti e della memoria familiare collettiva. Il dagherrotipo è un esemplare da cui è impossibile ricavare delle copie.


“Parigi, Boulevard du temple, 1838” Louis-Jacques-Mandé Daguerre (https://it.wikipedia.org/wiki/Louis_Daguerre)


Più o meno negli stessi anni, in Inghilterra, William Henry Fox Talbot (1801-1877) fa esperimenti trattando fogli di carta con nitrato d’argento e poi applicandoci sopra degli oggetti  (foglie, rametti, etc.) ed esponendoli alla luce, ne derivano immagini negative definite “disegni fotogenici” che vengono poi lavati in un bagno di fissaggio con sale da cucina. Questi sono poi usati come negativi, posti a contatto con altri fogli sensibilizzati ed esposti alla luce anche solo per un paio d’ore. L’uso prolungato però, li rende illeggibili in breve tempo, si deve poi allo scienziato Sir John F.W. Herschel (1792-1871) l’invenzione del bagno di fissaggio definitivo, sarebbe l’iposolfito di sodio usato ancora oggi. Nel 1841 Talbot perfeziona la sua tecnica lasciando esposti alla luce i fogli per poco tempo e “sviluppando” poi, con bagni chimici, l’immagine latente creando i primi negativi su carta: “i calotipi“, che vengono usati per creare positivi da contatto.


  1. Stampa fotografica
  2. Propaganda Fotografica nell’Ottocento
  3. Nascita della Fotografia Moderna
  4. I Primi Circoli Fotografici
  5. Nascita della fotografia diretta (Straight photography)
  6. Nascita del Colore
  7. Invenzione metodo a tre colori
  8. L’era del Digitale

Stampa fotografica

La prima carta su cui viene stampata la fotografia è un foglio imbevuto di soluzione salina, detta “carta salata“. Questa nel 1850, viene sostituita dalla carta all’albumina (1850–1885), inventata dal fotografo Louis Désiré Blanquart-Evrard (1802-1872) usando le chiare d’uovo. Questa carta ha una finitura lucida e compatta, una volta preparata può essere conservata per molto tempo prima dell’uso. Sempre nel 1839 lo scozzese chimico Mungo Ponton (1801-1880) scopre la fotosensibilità del bicromato di potassio e inventa così, la prima tecnica fotografica non argentica (i procedimenti argentici sono quelli di gran lunga più diffusi nella stampa fotografica e il loro nome deriva dal fatto che la loro sensibilità alla luce, è data dai sali d’argento e l’immagine finale è costituita da particelle di argento puro), con questo nuovo metodo era sufficiente una breve esposizione alla luce seguita dallo sviluppo per ottenere l’immagine; Talbot aveva scoperto il meccanismo immagine latente-sviluppo e questo sviluppo permetteva di amplificare enormemente la leggerissima alterazione provocata dall’esposizione alla luce.


Durante il trattamento chimico i sali d’argento esposti alla luce venivano ridotti in argento metallico elementare, di colore grigio scuro in maniera proporzionale alla quantità di luce ricevuta e si formava quindi, un’immagine “negativa” più scura nelle zone più illuminate e meno scura in quelle meno illuminate, costituita da particelle finissime di argento. La rilevante scoperta consisteva nel fatto che solo i sali d’argento esposti alla luce reagivano con lo sviluppo, gli altri non subivano alcuna trasformazione e con il bicromato esposto alla luce invece diventa insolubile una volta lavato, le particelle non sensibilizzate vengono eliminate dal foglio, tale procedimento si rivelerà fondamentale per la fotoincisione. Questa scoperta permette, nel 1856 al chimico Alphonse-Louis Poitevin (1819-1882), di inventare sia le “stampe al carbone“, estremamente stabili che possono essere create in diversi colori in base ai pigmenti usati, sia la tecnica fotomeccanica della collotipia (Processo di riproduzione grafica fondato sull’impiego di matrici gelatinose) e riprodurre così fotografie con inchiostro tipografico.


Nel 1851 l’inglese fotografo Frederick Scott Archer (1813-1857), inventa il procedimento al collodio umidoun metodo per sensibilizzare le lastre di vetro e farne dei negativi mescolando i sali d’argento al collodio. In questo modo si elimina sia l’unicità e la delicatezza del dagherrotipo, sia il colore bruno delle stampe ottenute dai calotipi a causa della fibrosità della carta. Il collodio sostituisce così tutte le altre tecniche fino agli anni 1880.


Immagine realizzata da Frederick Scott Archer nel 1851 con tecnica collodio umido. (https://it.wikipedia.org/wiki/Frederick_Scott_Archer)


Dalla tecnica del collodio nascono quelli che vengono chiamati i “dagherrotipi dei poveri”: l’Ambrotipo (1850-1870) che era praticamente un positivo ottenuto mettendo uno sfondo nero alla lastra di vetro, sviluppato, fissato e poi lavato con acido nitrico con l’aggiunta di Ferrotipo inventato dall’americano scienziato, astronomo fotografo Hamilton Lanphere Smith (1819-1903) che nel 1856, usa lo stesso procedimento al collodio modificandone il supporto, passando così a semplici lastre in ferro che erano molto più resistenti e facilmente da spedire.


Propaganda Fotografica nell’Ottocento

Alleggeriti i macchinari e i procedimenti, il fotografo inizia a viaggiare sia a seguito di spedizioni scientifiche e naturalistiche, sia a seguito di campagne belliche. Tra i primi c’è l’inglese Roger Fenton (1829-1869) che seguì la guerra in Crimea. Sono soprattutto gli americani che vanno alla scoperta del loro territorio, memorabili sono le foto di Timothy O’Sullivan (1840-1882) per la Geological Geographical Survey (1873) o quelle di Alexander Gardner (1821-1882).


“The trap is Sprung” – Gardner, documentò la costruzione dell’Union Pacific Railroad, con l’esecuzione dei cospiratori contro Lincoln e il funerale di quest’ultimo. (https://en.wikipedia.org/wiki/Alexander_Gardner_(photographer)


Con la nuova tecnologia al collodio si comincia a fotografare in modo continuo tutto il bacino del  Mediterraneo, il fotografo occidentale si avventura anche nel mondo orientale, si cominciano ad esplorare le città europee e americane nei loro aspetti più poveri. La fotografia inizia così a rivestire un’importanza capitale come documentazione geografica, etnografica e sociologica. Un suo uso massiccio è richiesto dalle amministrazioni locali per testimoniare le condizioni di quartieri e popolazioni in un’ottica di sviluppo del territorio.


Migliaia di vedute di monumenti, chiese, palazzi o paesaggi vengono scattate col solo scopo della vendita ai turisti. Tale ne è la richiesta che si fondano delle vere e proprie società editoriali dove dietro un solo nome famoso, lavorano parecchi  assistenti. In Italia le maggiori industrie del genere, sono quella fiorentina dei fratelli Alinari (fondata nel 1852) e quella di Giorgio Sommer (1834-1914) a Napoli.


“Strada da Sorrento ad Amalfi Positano verso Praiano 1834-1914” Giorgio Sommer (https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Sommer)


Fa parte di questa produzione anche la fotografia stereoscopica (scatti presi da macchine con due obbiettivi che danno l’illusione della tridimensionalità se visti attraverso uno stereoscopio), questo tipo di fotografia vuole essere schietta e di immediata comprensione.


Nascita della Fotografia Moderna

Nel 1880 il collodio viene sostituito dall’emulsione alla gelatina al bromuro d’argento che permette così di preparare le lastre in anticipo e di svilupparle poi in laboratorio; inizia così l’epoca della fotografia moderna e nascono le prime macchine fotografiche portatili, già con negativi inseriti il cui sviluppo verrà fatto da appositi laboratori, permettendo così a tutti di scattare fotografie o meglio descrivere come “istantanee” per fissare un ricordo senza nessuna pretesa artistica. Figura simbolica dell’epoca è lo slogan con cui George Eastman, inventore della  macchina fotografica Kodak, pubblicizza la stessa: “Premete il bottone, noi faremo il resto”. (Interessante sapere che la prima macchina fotografica Kodak lavorava con negativi circolari). Nel 1891 viene introdotta la celluloide come supporto per i negativi  e la gelatina sensibilizzata viene applicata sulla carta da sviluppo.


I Primi Circoli Fotografici

In Europa e in America ovunque nascono circoli fotografici che organizzano concorsi, allestiscono mostre e premi, sempre però con una sorta di sottomissione ai suggerimenti delle accademie pittoriche e dei vari Saloni internazionali. Al Camera Club di Londra, Peter Henry Emerson (1856- 1936) tiene la conferenza “La Fotografia arte pittorica” (1886) in cui, pur dichiarando la fotografia superiore al disegno e all’incisione per aderenza alla natura, la sottomette alle regole estetiche della pittura che per lui, corrisponde alla scuola di Barbizon (Comune Francese) e colonizza tutta Europa con una serie tra i suoi scatti di paesaggi sempre lievemente sfuocati, in cui la mano del fotografo interviene nella resa estetica del positivo. Emerson nonostante abbia successivamente rinnegato il suo lavoro, condiziona fortemente il gusto fotografico dell’epoca, si pensi solo che le poche fotografie presenti ai Saloni vengono scelte da pittori e che il valore estetico pittorico è la qualità dominante. Tale caratteristica è esaltata dall’introduzione del procedimento di stampa della gomma bicromatata, che con esposizioni successive della carta, permette di sovrapporre colori diversi sullo stesso positivo, di lavorare la superficie con il pennello e di usare carte colorate o di consistenze ruvide, tanto da poter assorbire alcune stampe ad acquerelli. I fotografi pittorialisti (il pittorialismo fu un movimento della fine del XIX secolo nato per elevare il mezzo fotografico al pari della pittura o della scultura) utilizzano così il mezzo ideale per esprimere la loro artisticità attraverso lo strumento fotografico.


Nascita della fotografia diretta (Straight photography)

Già tra i più apprezzati partecipanti del Salone Fotografico Europeo, Alfred Stieglitz (1864-1946) dirige il “Camera Club” di New York, diffonde i principi del pittorialismo fotografico e allestendo diverse mostre,  dà visibilità ad autori emergenti come Edward Steichen (1879-1973) e Alvin Langdon Coburn (1882- 1966). Nel 1902 fonda con altri colleghi sia la Photo-Secession (movimento culturale in cui principale obbiettivo è far progredire la fotografia come arte pittorica), sia la rivista “Camera Work” (1903- 1917).

I membri della Photo-Secession dominano anche la scena europea e nel 1908 al Salone Fotografico di Londra, sono esposte per lo più immagini di autori americani ed è evidente lo scarto tra la passività con cui gli europei si sono adattati allo stile pittorico impressionistico e le nuove strade che percorrono oltre oceano, rappresentata poi nella fotografia esposta da Coburn (1908).


“Spider-webs” di Alvin Langdon Coburn, fotoincisione pubblicata in Camera Work 1908 (https://it.wikipedia.org/wiki/Alvin_Langdon_Coburn)


L’evoluzione di Photo-Secession porta all’affermazione della fotografia come arte a sé: «La forma si adegua alla funzione»; cioè si cominciano ad elogiare fotografie che sembrano fotografie, senza le manipolazioni presenti nelle opere precedenti e lo scatto fotografico deve essere identificazione di soggetto e forma.


Nasce così la Straight Photography, cioè la “fotografia diretta” che implica una ripresa del soggetto in sé e non come accessorio dei sentimenti del fotografo. Alfred Stieglitz apre la galleria “291” a New York e per primo espone fotografie accanto ad opere di artisti quali Picasso, Brancusi, Duchamp. Stieglitz ricerca in modo ossessivo la verità priva da ogni condizionamento e la trova alla fine degli anni ’20, nel fotografare le nuvole da lui definite “Equivalents”, in esse lo spettatore riconosce da un lato il soggetto semplice e banale, ma dall’altro anche una valenza espressiva.


I fotografi americani sono quelli che si dedicano maggiormente alla purezza del mezzo, infatti Edward Steichen dal 1920 rinnega tutta la sua produzione precedente per dedicarsi a questa modalità, come Paul Strand (1890-1976) che ne pubblica gli ultimi numeri in Camera Work ed Edward Weston (1886-1958) che rinnega il flou delle sue prime opere, per dedicarsi ad una messa a fuoco nitida in ogni punto della stampa, essenzialità di visione e ricchezza di dettaglio, per Weston sono estetica e tecnica che si equivalgono.


“Wall Street, New York City, 1915” Paul Strand (https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Strand)


“Nahui Olin, 1923” Edward Weston (https://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Weston)


L’opera di Weston diviene d’ispirazione per molti fotografi e nel 1932 viene fondato il gruppo “f/64” dal fotografo Ansel Adams per riunire alcuni fotografi aderenti alla cosiddetta fotografia diretta. Il nome del gruppo, rimandava alla minima apertura del diaframma dell’obiettivo che avrebbe consentito la massima profondità di campo e la maggiore accuratezza dei dettagli, la cui regola base si avvicina all’assolutismo più severo. La fotografia secondo la filosofia del gruppo rinnega il pittorialismo e deve essere a fuoco in ogni particolare, stampata a contatto su carta brillante in bianco e nero.


Ansel Adams (1902-1984) dedica tutta la sua vita all’interpretazione della natura e a dominare le complessità di tecniche della riproduzione fotomeccanica e inventore tra l’altro del sistema zonale (il sistema zonale è un metodo per la fotografia in bianco e nero pubblicato per la prima volta nel 1940, che permette di tradurre ogni particolare della scena secondo una precisa densità di grigio decisa dalla creatività del fotografo). Questo metodo permette così ai fotografi di trasferire la luce che essi vedono in specifiche densità sul negativo e sulla carta, ottenendo così un controllo migliore sul risultato finale delle fotografie. Dal punto di vista etico Ansel Adams è uno dei primi fotografi a promuovere la “consapevolezza della fotografia“, ovvero, a sostenere che un singolo scatto non è semplicemente la riproduzione esatta di un paesaggio o di un’opera d’arte, ma un vero e proprio atto sociale capace di mettere il focus su di una particolare tematica. 


“The Tetons and the Snake River” – Parco Nazionale del Gran Teton 1942 Ansel Adams (https://it.wikipedia.org/wiki/Ansel_Adams)
 

Nascita del Colore

Alcuni sostengono che la fotografia a colori sia stata inventata dal ministro Levi Hill di New York nel 1850. L’annuncio di questo procedimento a colori aveva bloccato il mercato dei dagherrotipi poiché molti clienti avevano preferito attendere l’imminente presentazione di questa nuova tecnica. Si dice che lo stesso Hill venne minacciato da un gruppo della “New York Daguerrean Association“. Dopo aver comprato un revolver e un cane da guardia, Levi Hill decise di continuare con la sua ricerca e nel 1856 pubblicò il procedimento a colori usando i dagherrotipi.


“Vista di case 1850″ Prima fotografia a colori definita illotipo”. (https://en.wikipedia.org/wiki/Levi_Hill)


Quando i fotografi hanno finalmente messo le mani sul tanto desiderato libro, scoprirono che invece di una spiegazione del metodo passo dopo passo, fosse in realtà un racconto sconnesso dei suoi esperimenti così complicato da essere considerato inutile. Molti considerarono addirittura lo stesso procedimento ingannevole. Hill rinunciò alla sua carica dal ministero per dedicarsi a tempo pieno alla fotografia. Anni dopo i fumi chimici dei procedimenti lo uccisero e presto passò alla storia nella mitologia fotografica.


Assurdo riscontare poi un secolo dopo esattamente nel 2007 che i ricercatori del “National Museum of American History“, hanno potuto analizzare il lavoro di Hill e hanno scoperto che aveva trovato effettivamente un modo per riprodurre i colori. Tuttavia le immagini che aveva presentato come esempio, presentavano anche dei pigmenti che erano stati aggiunti a mano per migliorare l’effetto. Levi Hill non aveva mentito completamente sulla sua scoperta ma ne aveva sicuramente abbellito i risultati.


Invenzione metodo a tre colori

Il metodo a tre colori che è la base pratica di tutti i processi, sia chimici che elettronici, è stato presentato in un documento del 1855 sulla visione a colori dal fisico scozzese James Clerk Maxwell (Tartan Ribbon) nel 1861.

James Clerk Maxwell (Tartan Ribbon) nel 1861 (https://it.wikipedia.org/wiki/James_Clerk_Maxwell).

A seguito il fotografo Thomas Sutton è stato il maggiore esponente e pioniere della fotografia a colori di James Clerk Maxwell. Sutton fece quattro, non tre come comunemente creduto, singoli negativi in bianco e nero di un nastro tartan, attraverso diverse esposizioni proiettandole mediante fluidi (filtri) colorati “blu-viola, verde, rosso e giallo“, da ogni negativo vennero fatti due positivi in bianco e nero e questi positivi tranne il giallo, vennero proiettati a registro (tutte le immagini perfettamente allineate su uno schermo bianco da apparati separati), con proiettori e con ogni diapositiva veicolata attraverso lo stesso filtro colorato usato per fare il negativo originale. Ad esempio, il positivo fotografato attraverso il filtro verde è stato proiettato attraverso lo stesso filtro verde. Quando tutti i tre positivi furono sovrapposti contemporaneamente su uno schermo, il risultato fu un’immagine proiettata a colori (non una fotografia) del nastro tartan multicolore. Anche se nessun risultato pratico è venuto fino a che, il fotochimico tedesco Hermann Wilhelm Vogel è riuscito a fare emulsioni più sensibili al colore attraverso l’uso di coloranti, la dimostrazione di Maxwell ha confermato la teoria del colore additivo e offerto un processo di proiezione pratico per produrre immagini fotografiche a colori. Successivamente l’indagine scientifica ha rivelato che le prime emulsioni fotografiche che Sutton utilizzò per l’esperimento di Maxwell, non erano in grado di registrare pienamente lo spettro visibile, perché non erano ancora state inventate le emulsioni ortocromatiche (cioè sensibili a tutti i colori tranne rosso e profondo arancione), né le pancromatiche (cioè sensibili al rosso, verde, blu e ultravioletto). Il test sarebbe fallito poiché l’emulsione utilizzata non era sensibile al rosso ed era solo leggermente sensibile al verde. E’ dovuto passare quasi un secolo per capire che Maxwell ha lavorato con un’emulsione che non era sensibile a tutti i colori primari.


Isaac Newton osservò che i colori potevano essere prodotti da interferenza, quando una pellicola molto sottile di aria o liquido separa due lastre di vetro; se una superficie leggermente convessa del vetro è posta su una superficie piana, una pellicola sottile intorno al punto di contatto produrrà cerchi colorati noti come anelli di Newton. Inoltre i colori in alcuni coleotteri, uccelli e farfalle così come le tinte della madreperla e delle bolle di sapone sono il risultato di fenomeni di interferenza e non sono dovuti a pigmenti effettivi. Un altro esempio comune può essere visto quando si versa benzina o petrolio su una strada bagnata. Così l’approccio è stato seguito dal fisico Gabriel Lippmann, inventore di un metodo per riprodurre i colori basato sul fenomeno dell’interferenza. Lippmann riuscì a produrre, una lastra fotografica a colori sfruttando l’interferenza delle onde dell’immagine con la loro stessa riflessione, sopra uno specchio di mercurio posto dietro l’emulsione sensibile. Ogni raggio di luce impressiona l’emulsione in punti la cui distanza è legata alla sua lunghezza d’onda, dunque al suo colore. Lippmann rese pubblica la sua invenzione all’Accademia delle Scienze il 2 febbraio 1891. Con questo lavoro ha ricevuto il Premio Nobel per la Fisica nel 1908. Tuttavia i tempi di esposizione estremamente lunghi richiesti da questo tipo di procedimento, hanno reso l’invenzione di Lippman inutile per la successiva sperimentazione sulla fotografia a colori.


“Natura morta 1891-1899” Lippmann (https://it.wikipedia.org/wiki/Gabriel_Lippmann)

Nel 1869 Louis Ducos du Hauron uno scienziato francese, pubblicò “Les Couleurs en photographie, solution du problème“, anticipando molti dei quadri teorici per fare fotografie analogiche a colori. Tra le sue soluzioni proposte ce n’era una, in cui la teoria additiva poteva essere applicata in modo da non richiedere il processo di separazione complicata concepito da Maxwell. Ducos Du Hauron ha ipotizzato che uno schermo diviso in linee sottili nei tre colori primari, poteva agire come un filtro per produrre una fotografia a colori con una singola esposizione, anziché le tre teoriche necessarie nell’esperimento di Maxwell. Al momento ha fotografato ogni scena attraverso filtri verdi, arancioni e violacei (all’epoca considerati i colori primari della luce), poi stampato le sue tre esposizioni su sottili fogli di gelatina bicromatica contenente carbonio, pigmenti di rosso, blu e giallo, i colori complementari. Quando i tre positivi (trasparenti) erano sovrapposti, si otteneva una fotografia a colori. Contemporaneamente Charles Cros ha dimostrato indipendentemente come immagini a colori potevano essere fatte utilizzando la separazione dei tre colori negativi/positivi, confermando il percorso che poteva essere seguito per una pratica evoluzione del processo di colorazione.


“Veduta di Agen” 1877 – Louis Ducos du Hauron  (https://it.wikipedia.org/wiki/Louis_Ducos_du_Hauron)


L’era del Digitale

L’origine della fotografia digitale risale alle esplorazioni spaziali e alla necessità di trasmettere a lunghissima distanza le immagini riprese dai satelliti artificiali e dalle missioni spaziali. Già nel 1975 un ricercatore della Kodak Steven Sasson, lavora ad un’invenzione rivoluzionaria: “la prima fotocamera digitale”. Tutto cominciò durante una conversazione di pochi minuti con il suo superiore, il quale gli chiese se fosse possibile realizzare un apparecchio fotografico con qualcosa di simile alla tecnologia CCD (Charge Coupled Device – Rilevatore di Luce Elettronico) messo a punto nei Laboratori Bell nel 1969. Il suo prototipo iniziale aveva una risoluzione di 0,01 megapixel e catturò la prima immagine in bianco e nero in 23 secondi, per registrare poi i dati su una cassetta. Nel 1978 depositò il brevetto ma ci vollero alcuni anni di studi e ricerche affinché la qualità dell’immagine divenisse accettabile. La prima fotocamera digitale disponibile sul mercato uscì il 24 agosto 1981 ed era la Sony Mavica FD5 che utilizzava un floppy come supporto di memorizzazione principale, le immagini da essa prodotta avevano una risoluzione di 570 × 490 pixels.


Steven Sasson con la prima macchina fotografica digitale 1981 (https://it.wikipedia.org/wiki/Steven_Sasson)


Nascendo in un periodo in cui la cultura elettronica si faceva sempre più diffusa la fotocamera digitale, dispose fin da subito di dimensioni contenute e di un livello di automatismo molto elevato. La vera rivoluzione della fotografia digitale consistette nel poter vedere immediatamente dopo lo scatto le immagini ottenute su un display; inoltre il vantaggio di scaricare le fotografie scattate sul computer, evitava le spese di pellicola e sviluppo consentendo all’utente di ottenere un numero maggiore di immagini ad un prezzo pari a zero dopo l’investimento iniziale per la fotocamera. L’accettazione dei nuovi apparecchi fotografici da parte dei fotografi non fu immediata. Inizialmente infatti le fotocamere digitali non disponevano delle raffinatezze meccaniche e ottiche caratteristiche di più di un secolo di fotografia, niente ottiche intercambiabili, poche regolazioni manuali e un display da tenere a distanza elevata dagli occhi al posto del mirino. Lo stile personale dello scatto fotografico non poteva in tal modo essere realizzato e la versatilità delle impostazioni variabili di apertura e tempi veniva negata.


Lo scetticismo verso la fotografia digitale da parte dei fotografi professionisti, crebbe con la consapevolezza che la nuova tecnologia riduceva l’esclusività delle loro competenze, soprattutto grazie all’utilizzo di software per la rielaborazione digitale dell’immagine il più noto dei quali è Photoshop sviluppato a partire dal 1990 e creare l’immagine perfetta era ormai cosa alla portata di tutti. Con il passare del tempo la qualità della fotografia digitale continuava a migliorare e nascono così gli apparecchi reflex digitali con cui torna possibile agire su tempi e diaframmi, sono così disponibili obiettivi sofisticati ed intercambiabili che consentono al fotografo un’espressività non standardizzata.


Nel 1991 viene introdotta dalla Kodak la prima reflex digitale: “DCS-100”; si tratta di una Nikon F3 assolutamente standard con un dorso contenente il sensore da 1,3 Megapixel con un motore MD-4 (necessario per riarmare l’otturatore dopo lo scatto) modificato per contenere il convertitore analogico-digitale ed una unità esterna collegata via cavo denominata DSU (Digital Storage Unit) contenente l’hard disk e un display da 4 pollici. Un anno dopo Kodak introduce la DSC-200, costituita da un corpo macchina Nikon F801 e un dorso digitale che a differenza del modello precedente incorpora l’hard disk. Nel 1995 uscivano le prime Reflex digitali dedicate ai professionisti come la prima Leica digitale risalente al 1996, aveva ben 26 Megapixel ma solo nel 2006 la Leica presenterà la sua prima fotocamera digitale a telemetro (uno strumento originariamente ottico, capace di misurare la distanza intercorrente tra l’utilizzatore e un qualsiasi punto del campo visivo). Sempre nel 1996 viene lanciata la Kodak DC20, la prima di una serie di fotocamere digitali tascabili mentre nel 1999 la Nikon presenta la reflex D1, la prima SLR digitale ma solo nel 2003 con la Canon 300D, il sistema Reflex digitale diventa più accessibile al pubblico scendendo a un prezzo di circa 1000 euro.


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